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Abbadia San Salvatore

Il macellaio appassionato di storia

Balilla Romani è uno studioso innamorato del dialetto badengo: è il personaggio più noto di Abbadia

Mariella Baccheschi

16 Marzo 2026, 05:27

Balilla Romani

Balilla Romani, 93 anni ben portati, è sicuramente il più noto cittadino di Abbadia San Salvatore con il pallino della storia materiale di questa comunità e, in particolare, del dialetto badengo e di come si è evoluto nel tempo. Persona perspicace, attenta e curiosa, ha messo a frutto le sue qualità non solo per raccogliere in una ricca pubblicazione termini, aneddoti, espressioni idiomatiche di questo popolo, ma si è cimentato nella lettura e traduzione di scritte sui muri di non semplice interpretazione e, soprattutto, si è dedicato allo studio della “misteriosa” Postilla Amiatina, uno dei primi documenti scritti in volgare, che consiste nella annotazione, datata 1087, del notaio Rainiero a margine di un contratto di donazione di terreni da parte dei coniugi Micciarello e Gualdrada al monastero benedettino di Abbadia San Salvatore. “Ista cartula est de Caputcoctu, ille adiuvet de illu rebottu, qui mal consiliu li mise in corpu”. Continua a lavorare al computer e a pubblicare quasi ogni giorno sulla sua pagina facebook modi di dire locali, affinché non si perda la memoria della lingua e dello spirito dei vecchi badenghi.

- Da dove nasce questa sua curiosità per le origini del dialetto badengo e come si è evoluto nel tempo fino al secolo scorso?

Premetto che il nome Balilla mi è stato attribuito in ricordo di un familiare deceduto nel 1906. Il dialetto badengo si parlava correntemente ottanta-novanta anni fa, come forse lo si parlava da secoli. Io avevo studiato a Cremona, ma la mia professione di macellaio svolta qui a Abbadia San Salvatore - per preparare la carne ci vuole del tempo - mi permetteva di intrattenermi soprattutto con le clienti. Davanti al mio negozio, inoltre, abitava un badengo verace - Betto di Cuccu - con il quale mi intrattenevo in piacevoli conversazioni. Io avevo assimilato molto bene questa vera e propria lingua, tanto che il parroco Don Francesco Monachini mi spronò a scrivere qualcosa e ne nacque una pubblicazione con 1487 aneddoti e modi di dire, dal titolo “Dicìvomo ‘Na Vòjlta all’Abbadìa”, che ebbe molto successo.

- Recentemente ha reso note le sue “Divagazioni” a proposito della Postilla Amiatina”, di cui si sono occupati emeriti studiosi. Ma lei offre una sua interpretazione, soprattutto relativamente a alcuni termini, che restano ancora oggi di dubbia decodificazione.

Io non appartengo alla folta schiera di esperti, che si sono confrontati sulla interpretazione di questo scritto, ma siccome sono un badengo, ritengo che oltre alla lingua sia importante conoscere gli usi e i costumi di questo popolo. Per esempio “Capo cotto” (Caputcoctu) è il soprannome che oggi viene attribuito a una “testa calda”, ma potrebbe anche riferirsi a un tizio con ustioni gravi e estese da farlo sembrare cotto, a causa di qualcosa che gli fosse caduto in testa di bollente o a causa dei numerosi incendi che scoppiavano a Abbadia, per il gran numero di seccatoi per essiccare le castagne, che allora erano presenti in paese. E, sebbene malconcio, ma scampato a una vera e propria tragedia, è come se Micciarello avesse voluto donare per gratitudine tutti i suoi beni alla chiesa.

- Altro termine su cui lei si è soffermato e che è stato trascritto e interpretato diversamente dai vari studiosi è “rebottu”.

Ho interpretato “rebottu” come “voltura”, riferendomi al termine notarile che indica il passaggio di un bene da un proprietario all’altro, che si giustifica sotto il profilo linguistico, trattandosi della forma dialettale con betacizzazione (consonanti che diventano b) della “v”. Anche se questa ultima accezione (voltura) pare riscontrabile dal XVIII secolo. Mentre la stessa ricercatrice Lucia Lazzerini sembra aver sottolineato che questa mia interpretazione del termine “rebottu” nel senso di voltura sia più vicina al vero più di “tanti eruditi arzigogoli”.

- E per quanto riguarda le iscrizioni murarie, cosa significano quei segni incisi sulla pietra apposta sul lato destro (entrando) della Porta del Cassero?

Secondo la mia interpretazione, decifrando anche i compendi (le abbreviazioni) presenti, la iscrizione vuol dire che “La nobildonna madre Isabella Scotti Gotti insieme a Alberto fecero fare”. L’arco, probabilmente distrutto da qualche evento, fu fatto ricostruire grazie all’intervento di questa facoltosa famiglia locale.

- È vero che lei ha rinvenuto nella chiesa di Santa Croce due opere attribuibili a Benvenuto Cellini?

Sì, si tratta di due manufatti di piccole dimensioni che rappresentano La Crocifissione e La Pace. Cellini fu esiliato a Siena, ma la città gli stava stretta e allora fu spostato a Roma. Lungo il tragitto, si fermò a Abbadia San Salvatore, dove esistevano vari laboratori artigianali, tra cui una ramiera. E qui creò le due opere. Qualcuno negli anni passati si è anche vantato di essere discendente di Cellini!

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