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Un mare di magma sotto il Monte Amiata

Studio dell’Università di Ginevra e dei ricercatori di Cnr-Igg e Ingv. Nuove prospettive per la transizione energetica

Caterina Iannaci

14 Aprile 2026, 20:05

Amiata, mare di magma

La scoperta è di Università di Ginevra e dei ricercatori di Cnr-Igg e Ingv

Un team internazionale guidato dall’Università di Ginevra, in collaborazione con l’Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igg) di Firenze e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ha individuato enormi volumi di fluidi magmatici nel sottosuolo delle aree geotermiche di Larderello e del Monte Amiata. La scoperta, pubblicata sulla rivista scientifica Communications Earth & Environment, riguarda strutture profonde tra gli 8 e i 15 chilometri nella crosta terrestre, con dimensioni che raggiungono migliaia di chilometri cubi.

Numeri che, in termini geologici, richiamano sistemi ben più noti e spettacolari: quelli dei cosiddetti supervulcani come il Parco Nazionale di Yellowstone, il Lago Toba o il Taupo. La differenza sostanziale è che, in Toscana, questi giganteschi serbatoi magmatici non mostrano segnali evidenti in superficie. Niente grandi crateri, né deformazioni marcate del suolo o emissioni significative di gas. Una presenza silenziosa, quasi invisibile, che fino a oggi era difficile anche solo immaginare. “Sapevamo che l’area è geotermicamente attiva, ma serbatoi così grandi erano inaspettati. Non c’è alcun pericolo imminente di attività vulcanica, ma la scoperta è straordinaria”, ha spiegato il coordinatore dello studio, Matteo Lupi. A rendere possibile questa radiografia del sottosuolo è stata una tecnica innovativa e a impatto zero: la tomografia del rumore sismico ambientale. Questo metodo sfrutta le vibrazioni continue della Terra, generate da oceani, vento e attività umane, per analizzare la propagazione delle onde nel sottosuolo.

Attraverso una rete di circa 60 sensori sismici ad alta risoluzione, i ricercatori hanno individuato zone in cui le onde rallentano, segnale tipico della presenza di rocce parzialmente fuse. Il risultato è una ricostruzione tridimensionale dettagliata della crosta profonda, utile non solo per la ricerca scientifica ma anche per applicazioni concrete. In particolare, la scoperta apre nuove prospettive per la valutazione del potenziale geotermico della regione e per lo sviluppo di tecnologie energetiche sostenibili. Inoltre, questi sistemi magmatici profondi sono strettamente legati alla formazione di risorse strategiche come il litio e le terre rare, fondamentali per la transizione energetica. Una scoperta che, sotto la quiete apparente della Toscana, racconta di un’energia nascosta e di opportunità ancora tutte da esplorare.

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