La vertenza
Beko, si chiude un'epoca
C’è chi spera nel futuro, chi si perde nei ricordi dei giorni che furono, chi è fiero di questi anni di lotte, qualcuno ha portato anche dei biscotti, ma in tanti non riescono a trattenere le lacrime e tutti quanti, nessuno escluso, provano rabbia e frustrazione per come sono andate le cose, per come è stata calpestata la loro dignità di lavoratori: è questo l’umore degli ormai ex dipendenti dello stabilimento Beko di viale Toselli nell’ultimo giorno di produzione, prima dello spegnimento delle macchine e della cancellazione di cinquantotto anni di storia e di lavoro. Tra i presenti c’era anche chi ha deciso di accettare l’uscita volontaria dalla fabbrica e ha voluto comunque dare un ultimo saluto alla fabbrica, ma c’erano soprattutto coloro che adesso dovranno aspettare che si compia il processo di reindustrializzazione.
“È stato un giorno brutto – afferma David Poggialini -, un giorno difficile da affrontare, perché gente che ha preso la buonuscita è venuta a salutarti in lacrime. Noi stessi che rimaniamo, comunque sia, cerchiamo di farci forza, perché comunque vogliamo credere in questa reindustrializzazione, e però, insomma, è una giornata abbastanza tosta. Ancora non ho ben realizzato che non varcherò più questo cancello almeno per un po’, spero il meno possibile. Però era giusto trovarsi, era giusto stare insieme, anche con chi è andato via e anche un dire grazie a chi ci ha accompagnato in questa lotta”.
I lavoratori adesso ripongono le loro speranze nel processo di reindustrializzazione. “È una brutta sensazione quella che stiamo vivendo – afferma Aldo Petessi -, c’è rammarico, logicamente. Però c’è stato un lavoro fatto dai sindacati, dalla segreteria a Roma, con noi che gli davamo forza da qui, fermando i camion, con il presidio, con la presenza costante. Il problema generale è di Siena, è la città che chiude. Sono senese al 100%, contradaiolo, ma non si può campare né di Palio e né di turismo. Il Palio è una bella cosa, però se è vissuta in armonia con la gente che lavora. Le contrade le dobbiamo ringraziare, per la prima volta si sono mosse verso una vertenza, dando solidarietà al presidio. I tavolini che abbiamo messo qui oggi sono loro, così come le sedie”.
C’è anche però chi si chiede come farà adesso ad andare avanti nella vita di tutti i giorni: “Spero che ci sia la rinascita – afferma Laura Parrini -, però devo vedere fatti, perché per ora ho sentito solo parole, e questo mi fa male. Lascio tutti i miei colleghi, così. Non so se li rivedrò, quando li rivedrò, se ci rilavorerò ancora insieme. Fa male davvero. E poi, anche per me, hanno tolto anche la dignità alle persone, perché con mille euro di ammortizzatori sociali al mese non è semplice. Chi ha da pagare un affitto, chi è separato, chi ha figli, con mille euro non fai tanto. Alla fine si arriverà a una reindustrializzazione, ma fra quanto? Qui c’è gente che ha oltre 50 anni e la non possono aspettare anni, perché ti senti dire se vai in altri posti ‘sei troppo vecchia, noi abbiamo bisogno di gente più giovane’. È quello che è successo a me ed è gravissimo. Insomma, è triste, è veramente doloroso, il cuore è spezzato”.
Guido Burroni ricorda il giorno in cui si aprirono i cancelli per la prima volta: “Sono stato qui il 1° maggio del 1966 – racconta -, quando è stata messa la prima pietra. Mi ricordo, ero su alle spedizioni, salito insieme ad altre persone, sopra ai congelatori belli grossi da 600 litri. Dovevo da prender moglie e crearmi una famiglia. Poi ho sposato una collega che lavorava qui dentro, andavamo a mangiare insieme. C'è anche mio figlio qui da una ventina d'anni. Però anche lui si trova in queste tresche”.
Elisa Pieri invece ha cucinato dei biscotti particolari. “Ho ritrovato la foto del dolcetto che ci dettero loro il 2 aprile quando si insediarono – racconta -, quindi ho fatto una mia versione. Dentro di me mi sono imposta di non piangere. Beko è arrivata qui con l'intento di chiuderci e di farci fuori, quindi non merita le nostre lacrime, ma solo infinito disprezzo. Ho deciso di restare perché sono lontana dalla pensione e voglio continuare questa lotta, voglio continuare a lavorare in questo stabilimento e voglio che si porti il lavoro a Siena per le generazioni future”.
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