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Foto d'epoca del primario del Fatebenefratelli, Giovanni Borromeo, e della corsia d'ospedale
Nel cuore dell’occupazione nazifascista a Roma, tra retate, deportazioni e paura, un gruppo di medici dell’Ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina mise in atto uno stratagemma tanto audace quanto geniale: inventò una malattia mortale e altamente contagiosa, il cosiddetto “Morbo K”, per proteggere decine di ebrei e antifascisti dai rastrellamenti delle SS. Quella che oggi sembra quasi una leggenda – una “finta epidemia” ante litteram – fu in realtà un atto di resistenza civile e medica, che permise a molte persone di sfuggire alla deportazione nei campi di sterminio. La vicenda è protagonista della nuova miniserie evento proposta da Rai 1 in due serate, oggi 27 gennaio e domani 28 gennaio alle 21.30, che riporta alla luce una pagina poco conosciuta della storia italiana.

La locandina della nuova miniserie Rai
Il contesto: Roma 1943 e il rastrellamento del Ghetto
Dopo l’8 settembre 1943 e la firma dell’armistizio, Roma cadde sotto il controllo tedesco. Il colonnello delle SS Herbert Kappler, a capo della Gestapo nella capitale, intensificò le persecuzioni contro la comunità ebraica, imponendo anche la consegna di cinquanta chili d’oro come “riscatto” per evitare deportazioni che, in realtà, i nazisti avevano già deciso di attuare. Il 16 ottobre 1943 si consumò il rastrellamento del Ghetto: oltre mille persone furono arrestate e inviate direttamente ad Auschwitz; solo una piccola parte sopravvisse. In quel clima di terrore, però, alcuni riuscirono a trovare rifugio in luoghi considerati “sacri” o “intoccabili”, tra cui l’Ospedale Fatebenefratelli, che all’epoca faceva parte del territorio vaticano e godeva di una certa protezione.

Un frame della serie tv Rai
L’idea del “Morbo K”
A ideare il piano fu il primario del Fatebenefratelli, Giovanni Borromeo, un medico antifascista che, insieme al suo allievo Adriano Ossicini, decise di usare la propria professione come arma di difesa. I due medici crearono una malattia inesistente, la chiamarono “Morbo K” – con la “K” che richiamava i nomi dei due ufficiali nazisti più temuti, Kappler e Kesselring – e la descrissero come altamente contagiosa, devastante e mortale, tanto da richiedere l’isolamento assoluto dei pazienti.
Sulle cartelle cliniche, Ossicini scriveva diagnosi fittizie, attribuendo ai ricoverati questo morbo “inventato”, in modo da scoraggiare i controlli dei soldati tedeschi, terrorizzati dal rischio di contagio. Nel reparto “infetto” vennero ospitati ebrei, polacchi e altri perseguitati, spesso sotto falso nome, mentre in realtà si trovavano lì per ottenere documenti falsi e un rifugio temporaneo.
Il reparto segreto e la falsa morte
L’Ospedale Fatebenefratelli divenne così un vero e proprio rifugio clandestino: in un reparto isolato, protetto da avvisi di quarantena e barriere sanitarie, i medici nascondevano le persone ricercate, le curavano e le preparavano alla fuga. Nel frattempo, una tipografia clandestina allestiva documenti falsi che permettevano agli ebrei di cambiare identità e uscire dall’ospedale con nuove generalità.
In alcuni casi, per rendere ancora più credibile la messinscena, i medici dichiaravano i ricoverati “morti” con il loro vero nome, in modo che nazisti e fascisti non li cercassero più nei registri ufficiali. Una volta ottenuti i nuovi documenti, le persone potevano lasciare l’ospedale e rifugiarsi in altre strutture o nelle campagne romane, spesso con l’aiuto di reti clandestine di aiuto.

I "malati" del morbo K in una foto d'epoca
Una resistenza silenziosa e coraggiosa
Il Morbo K non salvò solo ebrei: l’ospedale divenne anche un luogo di appoggio per partigiani e antifascisti, grazie anche a una radio clandestina nascosta nei sotterranei che consentiva di comunicare con la Resistenza. Borromeo, Ossicini e altri medici come Vittorio Emanuele Sacerdoti rischiavano la vita ogni giorno, sapendo che se la frode fosse stata scoperta avrebbero potuto essere arrestati, torturati o deportati.
La storia del Morbo K è oggi ricordata come un esempio di etica medica e coraggio civile, in cui la scienza e l’umanità si uniscono per contrastare la barbarie. Negli ultimi anni la vicenda è stata ripresa anche dalla fiction televisiva Morbo K su Rai1, che ha riportato al centro dell’attenzione pubblica questa “epidemia inventata” che, paradossalmente, salvò molte vite invece di toglierle.
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