Il processo
Al tribunale di Siena il caso dell'azienda agricola in mano alla ndrangheta
Secondo appuntamento ieri in aula al Tribunale di Siena per il processo sul caso dell’azienda agricola San Galgano, acquistata nel 2007 con i fondi provenienti da un clan della 'ndrangheta. Dopo l’ascolto del pentito Salvatore Muto, che ha riferito sull’affare e sui rapporti con i due imputati, non appartenenti alle cosche – un 60enne di Marcedusa (Catanzaro) e un 83enne di Petilia Policastro (Crotone) – ieri davanti al collegio Spina è stata la volta della precedente proprietaria dell’azienda, che ha venduto in blocco i 350 ettari – tra bosco, seminativo e casali - all’83enne, per una cifra vicina ai 5,5 milioni. Ad assisterla, gli avvocati Antonio Voce e Carla Guerrini. Presente in aula anche la segretaria della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso David Rossi, Catia Silva. Le accuse sono di riciclaggio aggravato dall'agevolazione mafiosa.
“Avevamo forti debiti – ha spiegato dietro un paravento, sollecitata dalle domande del pm Antonino Nastasi – la situazione non era florida, mettemmo vari annunci e quando ci fu fatta l’offerta la accettammo”. La signora ha raccontato di aver conosciuto uno dei due imputati, il 60enne, al bar di San Galgano che gestiva: “Mi disse che un suo amico calabrese, che faceva l’imprenditore agricolo, voleva investire in Toscana per sistemare i figli in varie aziende”. Dopo vari incontri, tra cui alcuni avvenuti presso la sede Cia, l’accordo prese forma, grazie anche all’intervento di un commercialista che seguiva la pratica per l’83enne compratore: “Fu fatto un primo accordo di affitto, da 120mila euro annui, nel giugno 2006 – ancora la testimone – l’acquirente premeva per farlo”. Successivamente si arrivò a definire la modalità di pagamento dell’acquisto, definito nell’agosto 2007: “Una parte tracciata, tra assegni e bonifico da 2,5 milioni, e altri 1,5 non tracciati: mi fu detto che erano contanti subito disponibili perché provenienti da un’altra vendita”.
I soldi contanti le furono consegnati in una borsa e la donna corse subito a saldare i debiti che aveva accumulato. “Accettai il nero per paura che la compravendita potesse saltare”. Dopo aver riconosciuto in foto alcuni personaggi, la testimone ha sottolineato: “Non ho mai ricevuto minacce, e non ho mai sospettato coinvolgimenti nella malavita, mi parevano persone normali, come noi. Muto? Questo nome non mi dice nulla”. Il procedimento proseguirà con tre nuove udienze tra maggio e giugno.
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