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Siena

A Gradara un pezzo di Siena con il pennello di Antonio Mostardini

Tra i decoratori che furono coinvolti nel riallestimento della Rocca c’è anche l’artista senese attivo tra Ottocento e primo Novecento

Giuseppe Simone  Modeo

12 Febbraio 2026, 05:00

A Gradara un pezzo di Siena con il pennello di Antonio Mostardini

C’è un momento, salendo le scale della Rocca di Gradara, in cui il passo rallenta non per stanchezza quanto per istinto. Come quando, a Siena, si entra in una chiesa laterale e ci si accorge che la luce cambia improvvisamente consistenza e la città - rumorosa fuori - diventa una cosa più interna, più antica, quasi fatta di respiro.

A Gradara quel cambio di passo avviene davanti a una porta che introduce nella stanza più celebre e più “teatrale” del castello: la Camera di Francesca. Qui la leggenda non è una cornice: è proprio l’arredamento. L’impressione, appena entrati, è netta e straniante: sembra davvero di stare su un palcoscenico, come se ogni oggetto avesse una posizione decisa da un regista e ogni silenzio fosse una parola non pronunciata.

La Rocca racconta apertamente che l’ambiente, così come oggi lo vediamo, è frutto di una ricostruzione novecentesca: negli anni Venti del secolo scorso l’ingegnere Umberto Zanvettori decise di “mettere in scena” Gradara, scegliendo di legare indissolubilmente il castello al mito di Paolo e Francesca. Per questa stanza prese ispirazione dichiarata dalla tragedia dannunziana, mescolando Dante e Boccaccio con la visionarietà del teatro. Il risultato è una camera dove sono presenti gli elementi centrali del racconto: il leggio del “libro galeotto”, i due sedili accostati e perfino la botola - la via di fuga immaginata, l’ultima possibilità che, comunque, non salva nessuno.

La vicenda è nota: Francesca, sposa di Gianciotto Malatesta e Paolo - cognato e amante - sorpresi e uccisi. Dante li fissa per sempre nel V canto dell’Inferno, consegnandoci uno dei ritratti più potenti dell’amore come destino e condanna.

Ma Gradara, nella sua stagione novecentesca, aggiunge un’altra lente: D’Annunzio e quindi il teatro, la parola “in costume”, la passione trasformata in gesto. La tragedia “Francesca da Rimini” venne scritta dal “vate” nel 1901 e debuttò a Roma al Teatro Costanzi il 9 dicembre 1901, con Eleonora Duse quale protagonista.

Ecco perché quella stanza, oggi, sembra recitata: perché nasce anche da un’immaginazione scenica, non solo storica.

E qui arriva il dettaglio che, per chi scrive da Siena, vale più di una semplice curiosità: in quella camera - nel suo apparato decorativo - c’è davvero “un pezzo di Siena”.

Perché tra i decoratori coinvolti nella grande operazione di riallestimento e decorazione voluta da Zanvettori, la Rocca ricorda un nome che a noi suona familiare: Antonio Mostardini, indicato come decoratore senese attivo tra Otto e primo Novecento.

Mostardini è una figura che sembra nata per questi lavori di “rievocazione”: un artista capace di imitare e reinventare stili antichi con quella sensibilità da fine secolo che amava il Medioevo, il simbolo, l’araldica, la decorazione come racconto. Non un semplice “ornatore” ma uno che sapeva che la pittura può diventare atmosfera e l’atmosfera memoria.

A Siena e nel territorio lo ritroviamo in molte sedi: ad esempio a Buonconvento, dove l’atrio antistante l’Oratorio della Misericordia venne decorato alla fine dell’Ottocento proprio dal pittore senese Antonio Mostardini, in un impianto che richiama il gusto storico, quattrocentesco, fatto di motivi e finzioni narrative.

Mostardini lascia traccia anche nel mondo del Palio: nel 1904 viene ricordato come autore di bozzetti per nuovi costumi per la Contrada della Giraffa.

Persino una tavola che rappresenta una carriera storica - l’arrivo del Palio del 16 agosto 1874 - porta la sua attribuzione nel Catalogo generale dei Beni Culturali, segno di una pratica pittorica legata alla cronaca civile e all’iconografia cittadina.

E allora la domanda, davanti alla Camera di Francesca, viene naturale: quante mani senesi, quante sensibilità cresciute tra pietra e affresco, hanno “viaggiato” fino a Gradara per costruire questa leggenda visibile?

Non è solo campanilismo: è la scoperta di una geografia dell’arte fatta di passaggi, incarichi, cantieri, incontri. Siena - città spesso pensata come “chiusa” nella sua perfezione - qui invece riappare come sorgente di artigianato colto, come bottega diffusa capace di esportare stile e immaginario.

“Tempus loquendi, tempus tacendi”: la frase che chiude il cerchio

A Gradara c’è un’altra scritta che sembra fatta apposta per chi scrive, per chi racconta, per chi - per mestiere o per vocazione - vive di parole. Nella Sala Malatestiana compare il motto latino “tempus loquendi tempus tacendi” tra motivi araldici della famiglia Malatesta; l’iscrizione rimanda a Sigismondo Pandolfo Malatesta che la volle anche sul sepolcro della moglie Isotta degli Atti.

È la traduzione quasi letterale dell’Ecclesiaste (3,7): “C’è un tempo per parlare e un tempo per tacere.”

E, a pensarci bene, è un motto che ben si addice alla Camera di Francesca: stanza costruita per “dire” una storia e al tempo stesso per farci sentire l’eco del non detto, di ciò che resta quando le parole finiscono o non sono sufficienti.

Forse è questa la vera lezione del castello e di quel dettaglio senese nascosto nelle sue decorazioni: l’arte sa quando raccontare e quando fermarsi. Sa evocare senza spiegare troppo. Sa farci vedere un leggio e due sedili e farci capire tutto il resto senza bisogno di aggiungere altro.

E allora, uscendo dalla Camera di Francesca, portiamo a casa il gusto del limite e l’equilibrio tra voce e silenzio.

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