POLITICA
Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky
C’era da aspettarselo: quando si è trattato di scatenare dichiarazioni di fuoco e promesse di sostegno incondizionato, l’Europa è stata in prima fila. Ma ora che si intravede una possibile via d’uscita al conflitto in Ucraina, il Vecchio Continente si scopre afono. Donald Trump potrebbe ottenere in tempi rapidi quello che la Ue non è stata capace di fare in tutti questi ultimi anni, appropriandosi lui - almeno all’apparenza dell’opinione pubblica mondiale - di due pilastri che i padri fondatori dell’Unione europea sognarono dover essere, prima di tutto e più di tutti, nelle mani del vecchio continente: pace e dialogo.
Gli attori della scena diplomatica del momento si chiamano Stati Uniti e Russia. Dietro alle quinte, in attesa di spuntare fuori come un deus ex machina, ci potrebbe essere la Cina, mentre l’Ucraina rischia di finire stretta in una morsa invece che essere accolta alla ribalta con i guanti bianchi.
Tutto questo mentre l’Unione europea sta in platea, relegata al ruolo di comparsa, buona giusto per applaudire o fischiare a seconda di una regia che ha la sede principale oltreoceano. Eppure una svolta potrebbe essere imminente. Dopo anni di sangue e macerie, si comincia a parlare di negoziati con una concretezza mai vista prima. Saranno le pesanti perdite subite sia da Mosca che da Kiev, saranno il pragmatismo trumpiamo o quel poco o tanto di buono lasciato in eredità dall’amministrazione Biden, ma qualcosa finalmente si muove. Certo, la pace non è proprio dietro l’angolo, ma almeno non è più un miraggio. Ed è meno complicato raggiungerla che nel vicino e medio Oriente.
Il problema è che questa partita, che si gioca nel cuore dell’Europa, viene decisa altrove. Washington detta le condizioni, Mosca e Kiev trattano, Pechino sa che riceverà quantomeno una telefonata. E Bruxelles? Bruxelles annuisce, esprime “profonda preoccupazione” e ribadisce il sostegno “senza se e senza ma” all’Ucraina. Una litania stanca, che conferma ciò che molti temevano: l’Unione europea, davanti alle grandi questioni globali, pesa poco. E se c’era bisogno di una prova della sua irrilevanza strategica, purtroppo, eccola servita.
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