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Sicurezza stradale, giusta la strada imboccata dal governo. Ora dritti alla metà

sicurezza stradale Il governo vuole incentivare la sicurezza stradale

In un anno 2.875 morti e 204.728 feriti. Non sono i numeri del conflitto in corso in Ucraina, ma il bilancio della guerra che ogni giorno si combatte sulle strade italiane. Un bilancio che risale al 2021, perché questi sono gli ultimi dati disponibili certificati Istat, ma che nel 2022, visto l'andamento del primo trimestre 2023, nonsembrano essere migliorati. Nel dettaglio si scopre che 1.192 sono state le vittime tra gli occupanti delle auto; 695 tra i motociclisti; 471 tra i pedoni; 229 tra chi viaggia in bici o in monopattino; 169 tra i conducenti dei mezzi pesanti. Non c'è, insomma, una sola categoria interessata alla mobilità autonoma che, in Italia, può ritenersi in piena sicurezza.
Perché? La risposta la conosciamo da sempre: perché mancano una cultura popolare della sicurezza stradale e una piena conoscenza dei pericoli che si corrono quando si è alla guida di un veicolo. Ovvero, troppo spesso, siamo ignoranti (nel senso più puro del termine), oltre che incoscienti. La nostra ignoranza di automobilisti, per fare solo due esempi tra i più comuni e ritenuti erroneamente tra i più banali, la dimostriamo, ogni giorno, affrontando le rotatorie o avvicinandoci alle strisce pedonali non dando le dovute precedenze. L'incoscienza, maneggiando il telefonino mentre siamo alla guida o non rispettando le distanze di sicurezza e i limiti di velocità. Gli antidoti a tutto questo possono essere molteplici, ma quelli più efficaci devono essere, oltre che mirati, volti a un cambiamento radicale che non può che essere culturale.
Incentivando i controlli sulle strade e inasprendo le sanzioni si può arginare, infatti, l'incoscienza. Resterebbe, però, l'ignoranza generale sulle norme comportamentali e del Codice della strada che, invece, si può combattere efficacemente solo con un'arma: favorendo la conoscenza. Quando non diamo una precedenza, per esempio - lo testimoniano le stesse indagini statistiche - nella maggioranza dei casi lo facciamo perché non conosciamo in pieno il significato delle segnaletiche verticali e orizzontali, ma pure perché non sappiamo quali sono le più elementari regole comportamentali da rispettare anche in assenza di segnaletiche specifiche. E c'è chi è convinto che sono sempre gli altri ad avere tutti i doveri e a non vantare alcun diritto.
Un'iniziativa come quella avviata in questi giorni dal governo nazionale non può, quindi, che essere valutata positivamente. Istituire un tavolo interministeriale (tra Matteo Salvini dei Trasporti e delle Infrastrutture, Giuseppe Valditara dell'Istruzione e del merito, Matteo Piantedosi dell'Interno), per valutare un pacchetto di misure volte ad aprire un tavolo tecnico che fissi nuove linee guida per un nuovo provvedimento legislativo volto ad incrementare la sicurezza stradale, è una scelta politica dal grande significato. Perché - visti i soggetti interessati e le anticipazioni circolate - non è volta a usare solo il pugno duro contro gli automobilisti indisciplinati, ma riconosce che c'è un problema culturale da affrontare.
Il governo, infatti, vuole incentivare l'educazione stradale già in età scolastica con corsi specifici; formare sul tema gli insegnanti; creare delle giornate scolastiche interamente dedicate alla sicurezza stradale in tutti gli istituti. Un piano che si vuole integrare con una lunga serie di altre iniziative che, oltre a prevedere vaste campagne di sensibilizzazione anche attraverso i social, intendono coinvolgere, oltre al settore educativo, anche quello legislativo e quello tecnologico dell'industria dell'automotive. La strada imboccata dal governo, insomma, sembra, finalmente, essere quella giusta. Speriamo solo che si viaggi spediti. E, soprattutto, che si arrivi, velocemente, dritti alla meta promessa. La guerra sulle strade si combatte con i fatti, non con i proclami che, intanto, non possono che ottenere l'applauso.

Sergio Casagrande
sergio.casagrande@gruppocorriere.it
Twitter: @essecia

Sergio Casagrande inizia l'attività giornalistica all'età di 14 anni, nel 1981, come collaboratore de Il Tempo e della Gazzetta di Foligno. E' stato il più giovane pubblicista (1985), il più giov...