Il caso
Carcere di Ranza
Terzo e ultimo atto, domani a Roma in Corte di Cassazione, per la vicenda giudiziaria legata al rumoroso caso del pestaggio di un detenuto tunisino nell'ottobre 2018 durante un trasferimento di cella al carcere di Ranza a San Gimignano, che vede complessivamente coinvolti 15 agenti di Polizia Penitenziaria accusati a vario titolo di tortura e lesioni.
Sarà discusso infatti il ricorso all'ultimo grado di giudizio dei dieci agenti che scelsero il rito abbreviato, e per cui la Corte di Appello di Firenze, un anno fa, ha negato lo sconto di pena, confermando in blocco le pene da 2 anni a 3 mesi fino ai 2 anni e 8 mesi, per tortura e lesioni aggravate, già comminate a Siena nel febbraio 2021.
In Appello il giudizio riunì i ricorsi sia dei dieci agenti andati in abbreviato, sia di quelli dei cinque invece che proseguirono in dibattimento, per i quali invece le pene in secondo grado sono state ridotte a 4 anni e 1 e 2 mesi per tre elementi, gli agenti più alti in grado, a 4 anni per un agente e 3 anni e 8 mesi per un altro. I giudici fiorentini confermarono la sussistenza del reato di tortura, che era stato per la prima volta contestato in Italia al tribunale senese in maniera autonoma a degli appartenenti alle forze dell'ordine.
L'obiettivo delle difese — alcune delle posizioni sono in capo all'avvocato Manfredi Biotti - è di ottenere l'assoluzione o la riqualificazione del reato: secondo la tesi si sono verificati episodi ben più gravi in altre parti d'Italia non qualificati alla stregua di torture, quando invece l'episodio di Ranza, pur di considerato di lieve entità, è stato ritenuto come tale.
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