Il caso
Tagli ai servizi universitari, la protesta si allarga
“Se l’università è meno vivibile, rischia di diventare meno attrattiva”. Una riassunto veloce e crudo del dibattito che si è generato negli ultimi mesi all’interno dell’ateneo senese dopo che è entrata in vigore la riduzione di orario dei poli universitari. Variazione che per il prestito bibliotecario si è attestata su quasi il 50% del tempo concesso precedentemente. Il taglio è diventato operativo alla metà di febbraio. La comunità accademica, pur non nascondendo il proprio disappunto, ha cercato un confronto con il rettore Roberto Di Pietra e con la direttrice generale Beatrice Sassi. “L’incontro ci è stato negato”, mette in chiaro Arianna Scarselli, membro del Senato Accademico in quota studenti.
La mossa successiva, risalente a due settimane fa, è stata la produzione di una lettera indirizza ai ruoli apicali dell’ateneo, dove si dava conto del malcontento per la decisione presa. In breve tempo il documento ha unito studenti, ricercatori, dottorandi e personale tecnico-amministrativo, raggiungendo le 1.100 firme. Il tassametro corre in realtà, perché come spiega la senatrice, “la riduzione di orario crea una disagio a tutta la comunità studentesca”.
Un passaggio dettagliato poi dalla stessa Scarselli: “Le nostre lezioni spesso coincidono con gli orari, quindi non abbiamo tempo in più per usufruire degli spazi. Il personale del front-office è legato spesso a cooperative, quindi questi tagli comportano uno stipendio più basso. Anche i ricercatori si vedono costretti ad avere un tempo limitato a propria disposizione”.
Secondo la studentessa, la politica adottata dal rettore Di Pietra è frutto dei tagli al Fondo di finanziamento ordinario avvenuti lo scorso anno: “Si parla di nove milioni circa. Le risorse a disposizione sono tornate a risalire, ma non sono sufficienti a pareggiare il terreno perso. Così hanno pensato bene di rifarsi sui servizi”.
La cosa che dispiace di più però per Viola Rizzo, membro del cda dell’università, è la mancanza di confronto: “Non è arrivata neppure una risposta alla lettera. Quello che ci interessava era avere delle spiegazioni che non si limitassero alle sedi ufficiali”. Lo scontento, secondo quanto raccontato dalla studentessa, si è allargato a macchia d’olio: “La lettera è firmata anche da persone esterne all’ateneo, che magari frequentavano le biblioteche. Buona parte della nostra comunità si sente poco rappresentata e tanto meno ascoltata”. Un altro elemento che per Rizzo trova poche ragioni è rappresentato dalle conseguenze di questa misura: “Il risparmio ottenuto da questi tagli non è considerevole”.
In assenza di mediazione, la mobilitazione va comunque avanti. Fuori e dentro le sede deputate. Il 14 aprile sarà presentata una mozione in Senato Accademico per chiedere una revisione della direttiva, nella speranza che questa volta arrivi la sospirata apertura.
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