Il caso
L'ospedale Le Scotte di Siena
Una nuova segnalazione arriva in seno all'ospedale le Scotte, legata alla realtà degli specializzandi. La Repubblica riporta infatti il racconto di un medico in passato in servizio al policlinico senese, nel reparto psichiatria che parla apertamente di "visite e incarichi irregolari" e di un "sistema" con categorie di Serie A e B, come nel calcio.
Il contesto di cui parla Repubblica è quello della scuola di specializzazione in psichiatria diretta dal professor Andrea Fagiolini – uno degli psichiatri più stimati in Italia e definito «Uno dei migliori del mondo nella sua materia». Secondo la versione dello specializzando, la peggiore sorte toccava a chi partecipava alle giornate mensili di inserimento schede di dimissioni o prescrizioni visite nell'informatico dell'ospedale delle Scotte. Ore di segreteria pura, e soprattutto l'etichetta di "categoria B": esclusi dalle pubblicazioni scientifiche che contano nei concorsi.
Per scalare in "Serie A", bisognava dimostrare fedeltà extra. Lo spiega un ex specializzando al quotidiano: «Bisognava essere disposti a fare libera professione». In pratica, aiutare gli strutturati con pazienti privati. «I colleghi in formazione venivano convocati anche la sera, o il sabato. Facevano la pre visita al malato raccogliendo tutti i dati sulla sua storia, registrando i sintomi e così via. Poi si andava dallo strutturato, che vedeva il malato pochi minuti e dava la terapia. E ovviamente veniva pagato». Gli specializzandi non possono esercitare libera professione, come denuncia Als (Associazione Liberi Specializzandi), che ha acceso i riflettori su Siena e sul caso simile di chirurgia generale a Firenze, con turni eccessivi. In cambio? «A chi collaborava con lui offriva una cena una volta all’anno».
I "ribelli" finivano in segreteria: sessioni pesanti per le schede day hospital, turni alla stampante, attività di reparto. «Visto che gli strutturati erano pochi – dice l’ex specializzando – spiegavamo il caso al telefono e per non aspettare che venisse a mettere la terapia, avevamo la sua password e inserivamo subito la ricetta. Più tardi arrivava e firmava».
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