Economia
Cesare Bisoni, neo presidente di Mps
Sul tavolo del cda non restano neppure le briciole. Luigi Lovaglio non ha fatto sconti ai suoi “avversari”, facendo il pieno di nomine. Non solo il presidente ma anche i due vice. A chi sperava in un compromesso tra le due fazioni - da una parte Plt Holding, dall’altra la lista del cda uscente, non rimangono che i rimpianti. Nonostante le ore infinite di consiglio, la mediazione non ha trovato spazio.
È presumibile che la riunione abbia rappresentato per il banchiere lucano, scaricato dalla stessa banca che aveva contribuito in prima persona a far tornare grande, una sorta di resa dei conti. Difficile d’altronde digerire il licenziamento in tronco, per di più per giusta causa, dopo anni di scorribande a destra e sinistra per conquistare la fiducia degli investitori. Forse quella rivincita che aveva negato di volersi prendere una volta terminata dell’assemblea, si è materializzata a freddo ieri. Troppa ghiotta l’occasione di mettere in un angolo chi ha voluto farlo fuori, nonostante risultati grandiosi e un ritorno consistente per gli azionisti. Così, quando è stato il momento di votare le nomine, Lovaglio è entrato nella contesa, mettendo lo zampino in tutte le caselle previste.
Dal presidente, che sarà l’ex massimo dirigente di Unicredit Cesare Bisoni, ai due vice, Carlo Corradini e Flavia Mazzarella. E chiaramente lui stesso, di nuovo al vertice come ad e direttore generale. Se la scelta di Bisoni appariva abbastanza scontata, considerato come si era arrivati fini qui - tutti i tentativi di trovare un accordo differente sono naufragati -, la chiamata dei due vice testimonia una frattura tra le due anime del cda. Entrambi appartengono alla lista Plt Holding, che in sede di voto ha fatto valere tutti i suoi otto rappresentanti, mentre Paola De Martini, unico consigliere di Assogestioni, ha votato con gli uomini del cda uscente.
Chiuso questo capitolo, il Monte può guardare verso il futuro. L’incognita è legata però ai tempi e i modi con cui riuscirà a farlo. Un consiglio così diviso (dove tra gli altri resta l’ex presidente Nicola Maione ed entra l’ex candidato ad Fabrizio Palermo, entrambi tra le fila della minoranza) può rappresentare un ostacolo alla messa a terra dei piano industriale nei tempi previsti. Lovaglio è intenzionato a completare l’integrazione con Mediobanca entro la fine dell’anno. A breve però il banchiere vorrebbe raccogliere l’espressione delle due assemblee per ottenere il via libera alla fusione. In termini di cifre significa sinergie per 700 milioni, secondo le stime fatte dallo stesso Lovaglio, ma soprattutto dividendi per 16 miliardi nei prossimi cinque anni.
Dati da capogiro, ma che potrebbero essere soltanto una parte di ciò che potrebbe riservare il futuro al Monte e ai suoi azionisti. Con una solidità patrimoniale tra le più alte d’Europa, capitale e un gioiello in pancia come Mediobanca, la prospettiva di accrescere il proprio raggio d’azione è un’ipotesi più che credibile. Lovaglio ha sempre detto che in caso di occasioni provenienti dal mercato, sarebbero state le dovute valutazioni. Ora che le mani sono salde sul timone, c’è solo da attendere.
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