Basket
Edoardo Buffo
Poche settimane sono bastate a Edoardo Buffo per ritagliarsi un ruolo da protagonista nel primato della Note di Siena. L’esterno milanese classe 2001 era arrivato in viale Sclavo a inizio febbraio, cercato dal d.g. Caliani e dal suo vecchio allenatore Vecchi (conosciuto nella Virtus Bologna, ai tempi delle giovanili) per tamponare l’assenza, lunga e ancora in essere, di Simone Cerchiaro: pur non snaturando le proprie caratteristiche di cestista con maggior propensione offensiva, Buffo sta compiendo la missione affidatagli viaggiando a 11.7 punti di media e dando un buon contributo anche nell’altra metà campo, dove certamente lo aiutano la consistenza fisica e l’atletismo donatigli da madre natura.
Ne ha messi 15, di punti, domenica scorsa nella vittoria contro Genova, “una partita nella quale abbiamo commesso molti errori - dice Buffo, nel cui score personale figuravano anche 7 rimbalzi -, ma che siamo comunque stati bravi a portare a casa. In questa fase rimanere sempre concentrati è determinante, dobbiamo continuare a vincere per mantenere il primo posto, non possiamo lasciare punti per strada soprattutto adesso che ci troviamo alla pari con Lucca”.
Che giudizio si sente di dare sul suo primo mese e mezzo in biancoverde?
“I compagni mi hanno accolto alla grande, sono un gruppo di bravissimi ragazzi oltre che bravi giocatori, il coach già lo avevo conosciuto nell’annata trascorsa assieme con l’Under 17 della Virtus Bologna: Vecchi è un allenatore molto esigente, è soprattutto grazie a lui se riusciamo ad alzare ogni giorno l’asticella in allenamento. Quanto all’esperienza, Siena è una città che vive di basket e per un cestista è il massimo poter giocare davanti a un palazzetto sempre pieno, oppure essere seguito in trasferta dal calore di tanti tifosi. Alla Mens Sana ti senti apprezzato, il lavoro quotidiano che sei chiamato a svolgere ha un valore in più".
Se invece guarda avanti?
“Siamo matematicamente tra le prime quattro squadre del girone, come ha detto domenica il presidente Frati, mi pare un ottimo punto di partenza e consente di avere prospettive ambiziose. Ambizione che la stessa società ha mostrato nel momento in cui ha investito per fronteggiare gli imprevisti: la Mens Sana non si è limitata a raggiungere i playoff, obiettivo dichiarato, quando si sono fatti male Cerchiaro e Prosek siamo arrivati io e Bartolozzi per rinforzare il roster, un chiaro messaggio sulla volontà di non accontentarsi, un’iniezione di fiducia anche per chi va in campo. Stiamo lavorando per migliorare, giorno dopo giorno, il fatto che qualche giocatore sia sulla via del recupero dà ulteriore motivazione, poi avremo la grande spinta del nostro pubblico nelle gare contro Lucca, Cecina e Costone: prima dei playoff ogni partita sarà come una finale, non vogliamo lasciare nulla per strada”.
Fin qui il presente, ma quella di Edoardo Buffo è una storia tutta da raccontare. Cestista per scelta, fin da piccolo?
“Sono sempre stato focalizzato sulla pallacanestro e sullo studio, i miei genitori mi hanno insegnato che in ordine di priorità venivano prima la scuola e poi il basket, altri obiettivi non me li sono mai posti. Quando qualche anno fa sono andato in America, l’ho fatto per coltivare entrambe le cose e al più alto livello possibile. Continuo a farlo anche adesso che sono rientrato in Italia”.
L’ispirazione per il basket le è venuta vedendo suo fratello sul parquet?
“Alessandro ha disputato un Europeo Under 18 con la Nazionale (anche Edoardo si è vestito di Azzurro a livello giovanile, ndr), da senior è arrivato in A2 con Ferrara e Piacenza, poi purtroppo è stato fermato da una serie di infortuni e ha fatto una scelta di vita differente. Ha due anni più di me, è stato il primo a venir via da casa, da Cernusco, e ad approdare in una società importante a livello giovanile, come all’epoca era la Pms Torino: la possibilità di seguirlo là ha influenzato la mia scelta qualche tempo dopo, nonostante oltre a Torino avessi sul tavolo altre proposte importanti”.

Insomma una famiglia di sportivi…
“I nostri genitori, entrambi pallavolisti, magari avrebbero voluto vederci sotto rete. Ci iscrissero piccolissimi al minibasket, forse con l’idea che dopo qualche anno saremmo passati al volley, ma nel volley devi sempre tenere la palla in alto e questo per me era innaturale oltre che meno facile. O forse, più semplicemente, sia io che mio fratello eravamo naturalmente predisposti per il basket”.
Ripercorriamo il suo percorso con sotto braccio la palla a spicchi?
“Mi piace intanto ricordare il titolo nazionale Under 15 vinto nel 2016 con la Libertas Cernusco. Torino è stata una tappa importante, da quel club sono usciti giocatori di livello come Baldasso, Caruso, Treier, Zampini, io purtroppo mi sono rotto il crociato alle finali nazionali e ho preso un’altra direzione, chiamato alla Virtus Bologna da Julio Trovato per recuperare dall’infortunio e entrare a far parte del gruppo allenato, appunto, da Federico Vecchi”.
L’esordio nel basket dei grandi?
“A Tortona, in A2, nel 2018. Anagraficamente era la squadra meno giovane del campionato, avrei dovuto essere soltanto uno degli Under aggregati e invece coach Pansa mi ha fatto partire quattro volte in quintetto. Ho giocato molto, a fine stagione sono stato l’unico confermato di quel roster: ricordo molto bene la prima partita della stagione, proprio contro la Mens Sana, credo la ricordiate anche voi”.
Ce la racconti pure, prego…
“Giocammo a Voghera, ancora a Tortona non c’era il palasport. Partita incredibile: eravamo sopra di 20 punti, in controllo, ma ci siamo fatti recuperare e l’abbiamo persa. Ancora ricordo la tripla di Tommaso Marino nell’ultimo minuto, il canestro decisivo poi lo realizzò Morais”.
Un’altra Mens Sana, invece, era andato a vederla giocare a Milano?
“Sì, al Forum, assieme alla mia famiglia. Erano i tempi delle grandi sfide tra Siena e Milano, partite che assegnavano il titolo: la Montepaschi era una squadra fortissima a livello europeo, fu un’emozione anche vedere e sentire il tifo che si portava dietro sugli spalti. Con la Mens Sana poi ho avuto a che fare anche in seguito, seppur indirettamente: mio fratello con l’Under 15 di Cernusco perse la semifinale nazionale contro i biancoverdi, che in squadra avevano Bucarelli e anche Matteo Neri”.
Torniamo alle sue stagioni da giocatore. Prima di volare negli States, c’è una toccata e fuga in Puglia…
“Sono rimasto un altro anno a Tortona, allenato da Ramondino, e lì mi sono diplomato, poi ho cercato una squadra che potesse darmi più spazio in campo e si è presentata l’opportunità di San Severo, dove allenava Lino Lardo, ma a metà stagione sempre per lo stesso motivo sono passato a Ruvo. Dico la verità, mentalmente ero già in America a organizzare il mio percorso di studi, oltre che di basket, e infatti a fine stagione sono partito”.
Prima tappa Angelina College, Texas. Che effetto le ha fatto?
“Un altro mondo, ovviamente, non sapevo neppure cosa significasse junior college, quale è Angelina. Sono università più piccole, nelle quali transitano per uno o due anni i giocatori che, magari, non hanno voti abbastanza alti per giocare in Division 1 o Division 2, oppure quelli studenti che vogliono iniziare a formarsi a costi accessibili prima di prendere la degree in colleges più grandi e più importanti”.
Dal Texas alla South Carolina cosa è cambiato?
“Mi sono trovato molto bene a Anderson University, è una scuola cristiana molto rinomata soprattutto a livello accademico. Nel basket stava partendo un nuovo programma, con un nuovo allenatore, non ho trovato il minutaggio che avrei voluto e così a fine anno, d’accordo con il coach stesso, ho avuto l’opportunità di cambiare e scegliere Converse University, sempre nella Carolina del Sud. Sono partito forte, nella prima parte di stagione ero tra i migliori dieci tiratori di tutta l’America tirando con il 50% da tre punti, poi purtroppo mi sono rotto un altro crociato: infortunio che mi ha dato ulteriore motivazione, perché dopo l’operazione in Italia ho deciso di rientrare in America già durante l’estate e riabilitarmi là per riprendere a giocare. L’ultima stagione è stata di livello, anche fisicamente sono stato bene, non ho saltato neppure una partita”.

Si è laureato?
“Sì, in business administration management, ma sto continuando a studiare. Frequento, seppur a distanza, un master presso Illinois University, mi capita di seguire lezioni notturne, succede a volte che all’una di notte sia in piedi, in video call con l’altra parte dell’oceano: è tutto molto ben organizzato, collegati ci sono anche studenti di altri stati Usa, cinesi, di Singapore”.
Come riesce a dividersi tra sport, che pratica a livello professionistico, e studio?
“Fare il giocatore ti dà l’opportunità di avere anche tempo libero in determinati momenti della giornata, quel tempo voglio investirlo su me stesso e sul mio futuro, per quando smetterò di giocare a basket. Utilizzare la mente fuori dal campo, del resto, ti aiuta a saperla utilizzare meglio anche sul campo”.
Cosa le ha lasciato l’esperienza al college?
“Culturalmente ci sono molte differenze tra Italia e Stati Uniti, il modo di pensare e ragionare degli americani non è il nostro, ma ti aiuta il fatto di giocare a basket, di vivere in una sorta di bolla quale è il college: sei immerso in un contesto dove trovi gente che viene da tutto il mondo e che ha le tue stesse ambizioni, indipendentemente dal fatto che uno giochi a basket, o a calcio, golf, tennis, tutti sono lì per migliorare personalmente, oltre che sportivamente. In termini di opportunità di lavoro, di organizzazione degli spazi e delle strutture, gli Usa sono un altro mondo: faccio l’esempio del badge che ti consente di entrare in palestra a tirare, se hai voglia, alle due di notte, della macchina spara-palloni con la quale puoi allenarti anche da solo, delle diverse sale pesi riservate o agli studenti o agli sportivi. I docenti stessi partecipano consapevolmente alla tua vita sportiva, mentre in Italia c’è quasi il ripudio di chi ha interessi extra rispetto allo studio”.
Aspetti negativi?
“I ritmi di vita sono molto veloci, manca la convivialità. In Italia sei portato ad apprezzare momenti di frequentazione come l’andare a fare aperitivo oppure cenare assieme, negli Usa si mangia perché e quando si ha fame, non per il gusto stesso di mangiare o di stare in compagnia. Però ho costruito belle e care frequentazioni, ad esempio con il mio amico Isac, che è svedese, oppure con altri ragazzi spagnoli: abbiamo cercato di ricreare proprio quella convivialità, portandoci dietro il nostro vissuto europeo”.
Negli Usa ha scoperto anche il golf. Come se la cava sul green?
“Mi hanno fatto appassionare i miei amici, anche perché in America è uno sport decisamente accessibile. Qui a Siena ho scoperto la bellissima struttura di Bagnaia e la frequento, ma solo sul campo prove perché in Italia per giocare devi avere un patentino. Mi piace il golf, è uno sport che ti porta a meditare: ci sono la concentrazione nel ripetere il gesto, la ricerca del tiro giusto, della perfezione insomma, e tutto questo me lo porto dietro quando sono sul parquet. Colpire la pallina con lo swing perfetto ti dà la stessa soddisfazione di tirare a canestro e metterne dentro dieci di fila”.
È arrivato alla Mens Sana dopo una toccata e fuga di qualche mese in B Nazionale. Cosa non ha funzionato a Piombino?
“Sono cambiati gli equilibri rispetto all’inizio della stagione, quando avevo molto spazio in campo e credo di aver fatto buonissime cose: di comune accordo col nuovo allenatore Bianchi ho valutato che fosse importante trovare altre opportunità per mettermi in luce, la Mens Sana è stata la mia prima scelta. Ringrazio comunque Piombino per avermi fatto riassaggiare la fisicità e la tattica che si incontrano sui campi in Italia, dai compagni e dallo staff ho imparato molto in quei mesi”.
Differenze tra B Nazionale e B Interregionale? Fisicità e intensità sono minori al piano di sotto?
“La differenza sta nel fatto che in B Nazionale i giocatori sono tutti professionisti, mentre la B2 è un campionato di transizione nel quale militano anche dopolavoristi. Ci sono intensità e fisicità anche in questa categoria, il problema è che mancando il terzo arbitro alcuni contatti sfuggono alla vista dei direttori di gara e conseguentemente diventa difficile guadagnarsi gite in lunetta. Se ne facciamo una questione proprio di impatto fisico, le squadre di primissima fascia del nostro girone non sono poi così lontane dal livello superiore: penso per esempio a Lucca, che quando ero a Piombino in precampionato ci ha battuti”.
Certi suoi atteggiamenti in campo parlano da soli, ma quanto le piace il rapporto con il tifo della Mens Sana?
“Il basket è uno sport fatto anche di emozioni, emozionarsi è fondamentale. Giocare davanti a un pubblico che ti dà così tanta energia e che sa sempre e comunque come caricarti è un vantaggio che cerco di sfruttare: a me piace sentire i loro cori, essere accompagnato dal loro ritmo, c’è una sorta di musicalità che ti spinge a dare sempre il massimo, in attacco e in difesa. Magari, è vero, qualche volta esagero nell’esultanza quando faccio qualche bella giocata, ma dove lo trovi, altrove, un pubblico del genere?”.
Sabato la Note di Siena è di scena a Casale. Che partita si aspetta?
“Siamo concentrati su di noi, come sempre ci capita. Ultimamente non siamo molto brillanti, la colpa è nostra anche se, magari, dipende pure dalle assenze e dalla stanchezza. Dobbiamo ritrovare la gioia nel passarci la palla, nel correre, nel difendere, siamo sempre e solo noi la chiave del risultato che riusciremo ad avere”.
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