Montepulciano
A Montepulciano il cambiamento non ha fatto rumore. È arrivato piano, ma oggi è evidente nel bicchiere e tra le colline. Il Vino Nobile di Montepulciano ha ritrovato una direzione senza perdere il suo carattere classico. Per anni è rimasto in equilibrio nel panorama toscano: meno mediatico del Brunello di Montalcino, meno iconico del Chianti Classico, ma sempre affidabile. Un vino solido, talvolta però disomogeneo, anche per la natura variabile del Prugnolo Gentile e per un disciplinare che lasciava spazio ad altri vitigni.
La svolta è arrivata con le Pievi, dodici sottozone nate durante il Covid su impulso del Consorzio. Non solo una mappa: ogni Pieve impone regole più severe – almeno 85% Sangiovese, rese basse, lunghi affinamenti – e spinge i produttori a studiare meglio territori e differenze. Dividere un’area piccola può sembrare complicare tutto. In realtà funziona: crea vini di punta a tiratura limitata e rafforza l’identità delle aziende. È un lavoro culturale prima che commerciale. I primi risultati si sono visti con il 2021, preciso e centrato. Il 2022 è più irregolare, ma già racconta territori diversi: Cervognano più strutturata, Valiano e Valardegna più sottili, Le Caggiole in equilibrio.
Anche i Nobile “base” cambiano passo: i 2023 sono più scorrevoli e succosi, meno austeri. Ma il segnale più forte è nel clima tra produttori: più confronto, più apertura. Non un miracolo, forse, ma una crescita condivisa che restituisce energia a una denominazione storica.
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