Siena
Un delicato processo al tribunale di Siena
“Entrammo in casa e lo trovammo rannicchiato su un materasso: tremava e singhiozzava”. Il sovrintendente della Squadra Mobile Federico Terrosi ha raccontato in aula il ritrovamento di un cittadino pakistano che sarebbe stato sequestrato a scopo di estorsione, secondo le accuse, da due connazionali e fratelli, nel marzo 2023, finiti oggi sul banco degli imputati. Un’udienza intensa quella andata in scena ieri mattina in Corte d'Assise, davanti al presidente Gianmarco Marinai e i giudici popolari, chiamati a tirare le fila di una vicenda che rappresenta una costola dell’ampia inchiesta scattata nel marzo 2024 sul racket dell'immigrazione clandestina dei cittadini di nazionalità pakistana sul territorio senese, avviata dopo i flussi anomali registrati e che ha portato pesanti condanne.
Secondo la ricostruzione investigativa, la vittima del sequestro – irregolare sul territorio in quel frangente - era uno dei clienti del giro illecito che portava i cittadini stranieri nella città del Palio, che passando per la cosiddetta rotta balcanica, sborsavano ingenti somme di denaro. Sempre secondo le contestazioni, sarebbe stato condotto in un appartamento in via Dupré con l’ordine di essere liberato solo dopo aver saldato il debito di 2mila euro maturato con un gruppo criminale, ma dopo 24 ore era riuscito a inviare dei messaggi di aiuto con un secondo telefonino che era riuscito a nascondere, facendosi individuare e liberare dai poliziotti della squadra mobile. “Dopo essere stati informati del sequestro, con le informazioni provenienti dai messaggi che ha inviato, abbiamo individuato l’appartamento e una volta che ci hanno aperto abbiamo avuto subito la sensazione che non ci volessero far entrare - ha riportato Terrosi - un soggetto si frapponeva come per pararci la visuale, ma abbiamo comunque visto a pochi metri una persona rannicchiata a terra su un materasso. Tremava e singhiozzava, dopo aver avuto la conferma che era lui lo abbiamo fatto portare via”. In aula è stato sentito anche un altro agente di Polizia, di origine indiana, che era riuscito a mettersi in contatto col presunto rapito: “Chiedeva aiuto e riferiva di essere sorvegliato da tre elementi – parlava a voce bassa”.
La tesi del pm Siro De Flammineis discosta completamente da quella degli accusati, che coadiuvati da un interprete, hanno reso esame in aula: “È venuto a casa mia portato da un altro connazionale – ha spiegato uno dei due – perché aveva bisogno di ospitalità prima di ripartire, in Pakistan funziona così, ci diamo una mano. Gli ho fatto usare il mio hotspot per telefonare alla famiglia e fornito direttamente anche il mio cellulare, poteva uscire” ha assicurato. Secondo l’imputato e la sua difesa, in capo all’avvocato Monica Barbafiera, i due fratelli sarebbero stati messi in mezzo a tale situazione da altri: “Sono in Italia da 12 anni, da 8 a Siena, qui mi conoscono e rispettano” ha rivendicato. Il processo si aggiorna a maggio: sarà sentito un altro poliziotto presente al ritrovamento della presunta parte offesa, poi si terrà la discussione tra le parti.
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