Siena
L'avvocato Monica Barbafiera
Nessun sequestro a scopo estorsivo: sono stati assolti con formula piena, perché il fatto non sussiste, i due cittadini pakistani, di 44 e 42 anni, finiti davanti ai giudici della Corte di Assise di Siena con l’accusa di aver collaborato come carcerieri al tentativo di sequestro di un connazionale, di 39 anni. La vicenda era emersa come costola dell’ampia inchiesta sul racket dell’immigrazione pakistana nella città di Siena, dopo l’intervento della Polizia che aveva trovato il 39 - non presente come parte civile in aula - all’interno di una casa in via Dupré, dove abitavano gli imputati.
Per i due, fratelli, il pm Siro De Flammineis, al termine dell’istruttoria dibattimentale ha chiesto la condanna a 4 anni di pena, ma la Corte – composta anche dai giudici popolari e presieduta dal giudice Gianmarco Marinai – non ha ravvisato gli elementi per la sussistenza di un reale sequestro, accogliendo la tesi difensiva per cui avessero semplicemente ospitato l’uomo per poco meno di 24 ore in attesa che si recasse in Questura per motivi burocratici. Le motivazioni saranno depositate tra 45 giorni.
Sentiti gli ultimi due testimoni, un poliziotto e un membro del Cas di Chianciano che avrebbe avuto contatti telefonici col presunto sequestrato, è scattata la requisitoria del pubblico ministero, che non ha avuto dubbi a invocare la condanna per i due. “La loro partecipazione è stata di minore importanza – ha detto – ma si sono prestati in maniera illecita. La persona è stata trovata rannicchiata in casa, tremava, era privata della libertà, non aveva vie di fuga”. Di diverso avviso l’avvocato Monica Barbafiera per gli imputati: “Si sono fidati di un’altra persona e su sua richiesta hanno dato ospitalità – ha sostenuto durante la sua arringa - gli hanno anche fornito il wifi e il cellulare per l’intera nottata. Non c’è mai stata nessuna costrizione, né passaggio di denaro, non facevano parte di alcuna rete di traffico umano”. La Corte le ha dato ragione: assoluzione con formula piena. “Sono soddisfattissima, credevo assolutamente nell’innocenza dei miei clienti – ha commentato l’avvocato – sono entrambe persone rispettabili, ben integrate, uno dei due ha un’azienda di potatura olivi e ora può tornare a lavorare”.
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