Siena
Arriva oggi (18 febbraio 2026) in libreria La battaglia di Camollia 1526, il nuovo saggio di Duccio Balestracci pubblicato dalla Betti Editrice. Un volume che riporta al centro della narrazione storica un episodio rimasto a lungo schiacciato dal peso simbolico di Montaperti e dell’ultimo assedio di Siena. Con rigore storiografico e sensibilità narrativa, il professore mette a frutto tutte le sue qualità di magnetico affabulatore per accompagnare il lettore nel cuore del primo Cinquecento, restituendo alla città una pagina di storia che merita di essere riscoperta. “Ho voluto ricostruire la complessità di quei mesi - racconta l’autore - evitando sia l’enfasi celebrativa che la svalutazione polemica. Quella descritta è stata una prova di maturità politica, un momento in cui la città ha dimostrato, con tutti i suoi limiti, di voler restare artefice del proprio destino”. Parole che spiegano subito la portata del volume: non si tratta solamente di un successo militare, ma di un frangente in cui una comunità divisa seppe coagulare le proprie forze per difendere la propria “dolce libertà”, armata, come ricordano le fonti, di «elmi di carta e lance di legno».
Luca Betti, per i cui tipi l'opera va sugli scaffali, osserva: “Questo saggio incarna perfettamente la nostra idea di editoria. È il frutto di una ricerca approfondita, ma che non sacrifica chiarezza e intensità narrativa. La battaglia di Camollia è una pagina che meritava di essere riletta senza stereotipi e senza provincialismi”.
Gli eventi si svolsero il 25 luglio 1526, giorno di San Giacomo Maggiore e di San Cristoforo. L’esercito inviato dal papa e dai fiorentini si presenta alle porte senesi con numeri schiaccianti, cavalleria e artiglieria superiori e truppe ben addestrate. Dall’altra parte, le forze della Repubblica senese sono scarse, male equipaggiate e in parte composte da banditi e confinati richiamati frettolosamente. Eppure, in una delle pagine più sorprendenti della storia militare italiana, circa quattrocento fanti e cinquanta cavalieri leggeri riescono a mettere in fuga un’armata dieci volte più grande, abbandonando carriaggi e artiglierie sul terreno. Una ritirata così improvvisa da essere definita “vigliacca” dagli stessi fiorentini, ma che testimonia la determinazione dei senesi.
Fu una sonora lezione alle ambizioni di Papa Clemente VII, sostenuto dai Medici, deciso a ridisegnare gli equilibri della Toscana e dell’Italia centrale, e una prova concreta di coraggio e resilienza che, a cinquecento anni di distanza, continua a parlare anche ai contemporanei. Non una semplice scaramuccia, come talvolta viene descritta, ma un’occasione per riflettere sul significato di confrontarsi con forze superiori senza perdere autonomia, restituendo centralità a una città che seppe difendersi contro ogni previsione.
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