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Siena

Quando la Beko era la Ignis: ecco come nacque lo stabilimento di viale Toselli a Siena

All'inaugurazione il 3 aprile 1967 era presente l’allora presidente del Consiglio dei ministri Aldo Moro

Stefano Bisi

28 Novembre 2024, 20:52

corteo Beko

corteo dei lavoratori Beko

Dietro ogni volto di quei 299 dipendenti della Beko di viale Toselli c’è una storia familiare, ci sono sono speranze, drammi e tanta paura per il futuro. In quello stabilimento c’è un pezzo di storia senese, fatta di uomini e donne che lì hanno lavorato. Uno di questi è stato Gianni Brunelli, morto nel 2008, fondatore dell’Osteria Le Logge insieme alla moglie Laura, un operaio della Ignis che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, era andato a imparare il mestiere a Cassinetta di Biandronno in provincia di Varese dove era il quartier generale dell’impresa creata da Giovanni Borghi. Gli apprendisti andavano nel profondo nord e poi, imparata la tecnica, tornavano alla catena di montaggio e Brunelli lavorava e distribuiva i volantini di Lotta Continua, il movimento di estrema sinistra in cui militava. Poi nel ‘77 cambiò vita: basta fare frigoriferi, meglio la cucina. Ci pensò molto, perché il lavoro alla Ignis sembrava un posto sicuro a quel tempo, ma la compagna di vita Laura lo convinse a mollare. Nacque il ristorante in via del Porrione, accanto alle Logge del Papa. All’inizio furono tempi duri ma trovarono la ricetta: a Siena mancava un luogo dove mangiare fino a tarda notte e così decisero di tenere aperta la cucina fino a quando non arrivava l’ultimo cliente. Cominciarono a frequentare il locale gli attori del teatro dei Rinnovati che si sedevano ai tavoli dopo lo spettacolo e anche gli spettatori, desiderosi di mangiare accanto alle star che poco prima avevano ammirato sul palcoscenico. E poi gli intellettuali di sinistra, Mario Tronti e Franco Fortini, che insegnavano alla facoltà di Lettere. Ma diventò buon amico di Gianni Brunelli il leader del Partito liberale Giovanni Malagodi che alle Logge portava il vino dell’Aiola, l’azienda del Chianti di cui era proprietario.

Raccontare questa storia di successo di un ex Ignis può dare fiducia a quei 299 lavoratori che lottano per mantenere il posto e per le istituzioni che li sostengono per non far chiudere lo stabilimento di viale Toselli, il primo sito industriale di Siena. Si chiamava Ignis, poi Whirpool e infine Beko Europa. E speriamo che non sia l’ultima sigla. I senesi sono affezionati a questa fabbrica: era il 3 aprile 1967 quando l’allora presidente del consiglio dei ministri Aldo Moro inaugura lo stabilimento Ignis, voluto da Giovanni Borghi, l’imprenditore venuto dal nulla, creatore di un impero e mecenate in ambito sportivo che legò il suo nome alla stagione d’oro del basket a Varese, che diventò sette volte campione d’Italia, quattro re d’Europa e tre campione del mondo.

Perché il commendatore lombardo abbia scelto Siena per costruire uno stabilimento della Ignis si è saputo poco ma un ruolo fondamentale lo ebbero il sindaco socialista Ugo Bartalini, che indossò la fascia tricolore dal 1960 al ‘65, il suo successore Fazio Fabbrini, comunista e primo cittadino per due anni e il parlamentare del Psi Loris Scricciolo, ma fu determinante l’arcivescovo Mario Ismaele Castellano. Si deve a lui, alle sue entrature romane se la città ha avuto quello stabilimento industriale che ora rischia di chiudere.

Castellano diventò arcivescovo di Siena il 6 giugno del 1961, nominato da papa Giovanni XXIII, capì subito che la sua diocesi aveva bisogno di assicurare lavoro ai giovani che volevano lasciare le campagne senesi. Comprese questo bisogno e mise a disposizione le sue conoscenze romane maturate come assistente centrale dell’Azione cattolica, quando questa associazione aveva la forza di nominare ministri e conosceva bene Aldo Moro che, infatti, venne a inaugurare lo stabilimento di viale Toselli. La preparazione dello sbarco a Siena di Ignis l’arcivescovo lo preparò con i contatti che Castellano aveva con i ministri dell’industria di quegli anni, tutti democristiani, da Emilio Colombo a Giuseppe Togni, da Giuseppe Medici a Giulio Andreotti. Ma c’era bisogno dell’approvazione della nomenklatura rossa di Siena ed ecco il ruolo positivo esercitato dai sindaci, il socialista della Tartuca Bartalini prima e il comunista Fabbrini poi, e dall’onorevole Scricciolo.

Così nacque la Ignis: preti e mangiapreti, comunisti e massoni, socialisti e democristiani. Ma ora ci domandiamo: chi salverà viale Toselli?

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