Basket B interregionale
Il ritorno al basket giocato di Marco Perin ha coinciso con la serata più bella della Note di Siena. Ventidue minuti sul parquet, per il playmaker, nel 107 a 72 inflitto dalla Mens Sana a Borgomanero, più che sufficienti per fargli scrivere il record stagionale di assist (10), diventato doppia doppia se accoppiato ai punti (10 pure quelli) realizzati, e per comprendere che la strada per un completo recupero è ancora lunga, ma a buon punto: “Serve tempo – conferma Perin, 32 anni compiuti lo scorso luglio e una carriera spesa a pilotare formazioni di A2 e B nazionale prima del ritorno in viale Sclavo, là dove tutto era iniziato una ventina di anni fa -, faccio parte di un gruppo nel quale l’etica del lavoro è la base di tutto, è naturale che per ritrovare le energie, il fiato, la lucidità, il ritmo-partita sia necessario attendere un po’. Il mio impegno per riuscirci è quotidiano, la stagione è ancora molto lunga, pazienza e tranquillità sono due componenti che non devono venire meno, nel frattempo ho ritrovato una squadra molto evoluta sul piano del gioco e della condizione fisica, le ultime prestazioni lo stanno evidenziando”.
Vi aspettavate di essere lassù, in cima alla classifica?
“Non ci eravamo posti obiettivi, e non ce li poniamo oggi: pensiamo al lavoro giornaliero, che è molto impegnativo, e facciamo un passo alla volta. Ritengo che ci siano ancora tanti margini di miglioramento, tante carte da scoprire, ma ora più che mai serve lavorare. È un momento importante della stagione, rimanere con i piedi per terra è fondamentale”.
Prossima tappa, Firenze…
“Legnaia è una buona squadra, che sta attraversando un ottimo periodo. Domenica dovremo fare la partita, affrontarla con umiltà: teniamo bene a mente che basta abbassare l’intensità per compiere passi falsi e i passi falsi, poi, fanno male”.
Che livello di basket ha trovato, scendendo dal piano superiore?
“Vedo tanta differenza tra le prime della classe e le squadre che navigano nelle zone medio-basse della classifica, poi ovviamente c’è un gap importante a livello fisico rispetto alla B Nazionale. Non che la B Interregionale sia una passeggiata sotto questo punto di vista, tutt’altro, ma nella categoria superiore ogni domenica è davvero una battaglia e soprattutto il livello medio delle squadre è molto, molto elevato”.
Il Marco Perin ragazzino, che a Grosseto avrebbe potuto scegliere altri sport, fu indirizzato sul parquet da…
“Mio padre. Ha giocato per tanti anni a basket, seppur da dopolavorista, è stato lui a portarmi le primissime volte a Grosseto al palazzetto: da bambino tiravo a canestro mentre lui si allenava, la passione è nata in quegli anni. Ho poi avuto la fortuna, e credo anche la bravura, di aver fatto del basket la mia professione, sono arrivato a misurarmi con giocatori di alto livello dimostrando di poterci stare, a quel livello, e competere per risultati importanti. Certo ci sono stati tanti momenti difficili, ma lo ritengo un buon percorso”.
Da queste parti un altro grossetano ha scritto la storia. Cosa rappresenta, per lei, Luca Banchi?
“L’ho vissuto qui alla Mens Sana, negli ultimi anni delle giovanili. Avevamo la fortuna di allenarci quasi tutti i giorni con la prima squadra, il livello e lo spessore dei giocatori era impressionante, per riuscire anche solo a stare in campo con loro eravamo sottoposti a una pressione incredibile: Luca in quelle squadre era molto più di un assistente, aveva un ruolo chiave soprattutto negli allenamenti, era tosto, ci metteva alla prova soprattutto in termini di attenzione, di lettura e comprensione di tutto ciò che ci veniva consigliato e proposto. Per allenarsi con campioni già fatti e finiti come quelli che erano alla Mens Sana, l’attenzione era la prima cosa”.
Un pomeriggio di aprile, era il 2011, Simone Pianigiani la getta nella mischia durante Montepaschi-Enel Brindisi. Se lo ricorda?
“Non solo, mi capita spesso proprio di riviverlo quel momento perché mio padre ha stampata in ufficio la mia foto in azione. Sono in campo, sto palleggiando e dietro le mie spalle c’è Simone che osserva. Per la cronaca, feci un coast to coast a tutto campo, poi penetrazione e scarico per la tripla di Aradori: ero magro, piccolo, esile, ma con l’adrenalina a mille, ero parte di un lusso che in carriere è concesso a pochissimi”.
L’anno successivo il gruppo Under 19 della Mens Sana, quello in cui militava assieme ai vari Monaldi, Severini, Udom e a un giovanissimo Cappelletti, sfiorò il titolo tricolore…
“Ci allenava Baioni, era un gruppo incredibile umanamente oltre che forte cestisticamente, mi ricorda un po’ la Mens Sana di oggi. Disputammo grandi finali nazionali, all’ultimo atto la Virtus Bologna era oggettivamente fuori portata (in quelle Vu Nere militava un certo Simone Fontecchio, ndr), ma ce la giocammo comunque fino in fondo. Tra di noi il legame è rimasto forte, quando ci sentiamo non sembrano passati tutti questi anni”.
Prima del ritorno a Siena, tredici stagioni di professionismo e tante esperienze. È legato soprattutto a quella di Piacenza?
“A Piacenza ho vinto il campionato di B e la coppa, fu un’annata da incorniciare ma anche scritta nel destino. Ero arrivato a dicembre e a marzo il Covid fermò tutto, decisi comunque di rimanere e di ripartire con una squadra che aveva in larga parte fatto la mia stessa scelta. La promozione in A2 fu il coronamento di tanti anni di sacrifici personali, con il momento più alto rappresentato dalla vittoria a Livorno in gara-3 di finale: giocavamo al Modigliani Forum, c’erano le mascherine e gli ingressi contingentati, ma 2-3 mila tifosi erano entrati comunque, fu una grande giornata. Il coach era Federico Campanella, con lui diventammo una famiglia più che una squadra, grandi persone che vivevano bene assieme, uomini fatti o ragazzi emergenti che fossero. Al mio fianco in quei mesi ho avuto una persona speciale, Sebastian Vico, che molti qui alla Mens Sana ricorderanno: lui aveva già vinto in carriera, seppe infondermi la giusta tranquillità per affrontare finale, gli devo molto”.
Mentre lei giocava a Piacenza, la Mens Sana in serie C provava a districarsi fra i decreti Covid e c’era un altro Perin in maglia biancoverde: suo cugino Matteo…
“Un giocatore super per quelle categorie, dotato di un ottimo palleggio, arresto e tiro e con un fisico bestiale per andare dentro. Nonostante abbia smesso di giocare, anche adesso è sempre bello tosto”.
Scendendo di categoria, ha scelto subito Siena?
“Avevo un’offerta dalla Sicilia, ma volevo riavvicinarmi a casa dopo una vita da nomade iniziata quando avevo 14 anni, sentivo la necessità di ritrovare ciò che negli anni in giro per l’Italia non avevo potuto vivere. Con Riccardo Caliani ero in contatto da tempo, gli ho spiegato la mia idea di trovare un posto dove si potesse fare basket seriamente, con impegno quotidiano e tanta disciplina, insomma senza farlo diventare un passatempo. Abbiamo parlato degli obiettivi della Mens Sana per questa e per le prossime stagioni, l’ho ritenuta da subito un’opzione da prendere in seria considerazione: la trattativa in sé è durata poco, a posteriori ritengo di aver fatto la miglior scelta possibile. Non c’entrano i soldi, che a questi livelli non spostano, conta lo stile di vita e la possibilità di rimetterlo in ordine: questa Mens Sana ha una grande società, un ottimo staff e un ambiente super che la circonda”.
Coach Vecchi durante la settimana spinge veramente così tanto come si sente dire in giro?
“È il metronomo di tutto e di tutti per come sa coordinare il sistema e il metodo di lavoro, ma qui alla Mens Sana si sta in generale facendo un lavoro importante, nel quale la parola passatempo non esiste per nessuna delle tante persone che ci gravitano attorno. In carriera non ho mai trovato un ambiente così, non mi aspettavo un’etica del lavoro tanto accentuata e questo mi ha stupito positivamente: siamo a livello professionistici, lo dico con cognizione di causa, lo staff è presente tutto il giorno per permetterci di crescere ed avere sempre un supporto, non avrei mai pensato di trovare un’organizzazione di così alto livello in B Interregionale”.
Accennava, prima, all’ambiente che circonda la Mens Sana…
“Qualcosa che non trovi da altre parti. Qui sei riconosciuto, ti senti importante: quando domenica scorsa sono entrato in campo, ho guardato Ale Nepi e vedendo il palcoscenico incredibile che avevamo attorno gli ho sorriso dicendo “Guarda dove siamo”!”. Ho girato abbastanza in carriera, ma la Mens Sana è un posto unico. Società e pubblico si meritano palcoscenici totalmente diversi, noi proveremo passo dopo passo a portarli dove è giusto che stiano”.
Come vede i due ragazzi, Pannini e Calviani, coi quali convive in cabina di regia?
“Edo è il capitano, in tutto e per tutto. È uno che si impegna al 100% ogni giorno, viene qui la sera dopo aver lavorato e dà tutto quello che ha, è un esempio: la scorsa settimana, ad allenamento ormai quasi finito, si è buttato su una palla vagante a fondo campo come se fosse decisiva per vincere una partita, di ragazzi con una dedizione e un’appartenenza simili non ne ho mai trovati. In Lapo ho visto stoffa sin dal primo allenamento: si impegna, lavora e soprattutto ascolta. È difficile che i ragazzi di oggi siano umili, lui lo è e sono sicuro che migliorerà ancora, in questo suo processo conta moltissimo il fatto che Vecchi gli stia quotidianamente addosso per farlo crescere e che gli abbia dato la possibilità, non scontata, di giocare. Il metodo di lavoro è comunque la base per tutto il gruppo, penso ai sacrifici che fanno anche Belli e Pucci venendo da fuori eppure stando in campo sempre con la massima intensità. La forza di questa Mens Sana, ne parlavo col coach, è che tutti siamo pedine importanti e che ci sentiamo fortemente uniti, come qualcuno viene a mancare è come se venisse a mancare uno di famiglia”.
Dall’alto della sua esperienza, e della sua qualità, Perin ogni tanto in campo sente lo stimolo di essere leader di questo gruppo?
“Non cerco gli effetti speciali, caratterialmente il mio primo pensiero è sempre e solo aiutare la squadra. Cerco di giocare la mia pallacanestro, fisicamente e tatticamente, quello sì, ma la parte per me più esaltante è mettere in moto i compagni, permettere loro di segnare con i miei assist, è spettacolo puro anche quello: diciamo che aspetto che la partita arrivi da me e non viceversa, l’ho capito con gli anni. A Lucca, ad esempio, è successo, dopo una partita tosta mi sono divertito e ho avuto anche un pizzico di fortuna, ma l’idea è non cercare per forza il canestro bensì prendere ciò che la squadra mi lascia. In questa Mens Sana è giusto fare questo tipo di scelte, ci sono tante potenzialità e non ha senso prendere sempre il pallino in mano. Lo faccio solo quando sento che ce n’è bisogno”.
*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy