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Siena

Alvalenti: “Vi insegno il modo di sprecare la vita con stile”

Il graficomico: "Ho riflettuto su ciò che faccio e ho scoperto che trasformare il dolore in una risata è una missione"

Marco Decandia

26 Aprile 2026, 14:33

alvalenti

Alvalenti (all’anagrafe Alessandro Valenti, ma questo è solo un dettaglio) torna nella sua terra di Siena. Dopo le tappe nell’Onda e a Sarteano, nel prossimo fine settimana sarà tra i protagonisti più attesi del De Linea Art Festival alla Certosa di Pontignano. Quella che prenderà il via il 2 maggio 2026, per concludersi il 3, sarà la terza edizione e, da quando la kermesse del tratto ha preso vita, non è mai mancato questo artista poliedrico capace di intrecciare parola, disegno, teatro, colori, poesia e umorismo in una formula personalissima. Insomma, la sua presenza ha ormai il sapore della tradizione, un legame profondo costruito con originalità e partecipazione.

Alvalenti, lei torna alla Certosa di Pontignano per la terza volta consecutiva. Che significato ha essere stato presente in tutte le occasioni?

È un grande onore. Quando un festival nasce e cresce, essere chiamati sin dall’inizio e continuare a farne parte significa che si è creato un rapporto autentico, umano prima ancora che artistico. Mi sento quasi un appuntamento fisso, e questa cosa mi diverte molto. Ringrazio Matteo Marsan e Riccardo Guasco per avermi coinvolto ancora: hanno creato una realtà viva, internazionale, piena di energia. Tornare ogni anno significa accompagnare una crescita e sentirsi parte di una famiglia artistica.

L’anno scorso ha fatto epoca una sua performance improvvisata su una maxi lavagna ispirata alla musica di noti jazzisti sul palco. Ci sarà qualcosa del genere anche nel 2026?

Come dice la parola stessa, l’improvvisazione si improvvisa, non si pianifica. Vedremo dove ci porterà il flusso degli eventi.

Qualche mese fa ha raccontato di aver vissuto momenti di conflitto interiore rispetto al suo lavoro. Cosa intendeva?

Ci sono stati periodi in cui mi sono quasi sentito in colpa per ciò che amo fare: dipingere, scrivere poesie, usare l’umorismo. Ho guardato il mondo esterno a me, pieno di guerre, violenze, stragi, e mi sono domandato se stessi facendo abbastanza. Ho pensato anche di arruolarmi in qualche organizzazione umanitaria, per andare nei luoghi del dolore a fare qualcosa di più utile che disegnare e far sorridere le persone. Poi qualcosa è cambiato.

Cosa?

Credevo che il bene stesse da una parte e il male dall’altra, come due eserciti separati. Poi ho capito che non è così semplice. Ci sono alcuni folli che, con l’inganno, riescono a trascinare il mondo verso la distruzione: sono loro a doversi sentire in colpa, non chi continua a costruire, a creare, ad amare ciò che sa fare in pace. Noi, la maggioranza silenziosa dell’umanità, facciamo il nostro dovere ogni volta che scegliamo la bellezza invece della brutalità.

Quindi l’arte può essere una risposta concreta all’orrore?

Assolutamente sì. Quando salgo su un palco e faccio sorridere il pubblico con una poesia o con un disegno, quando nasce quella complicità tra artista e spettatori, accade qualcosa di reale. E’ teatro, certo, ma anche una sfida al brutto. E’ il tentativo di attraversare il dolore senza negarlo, trasformandolo e magari curandolo. L’arte serve a questo: a stare dalla parte dell’umano, contro l’anestesia dei cuori.

Possiamo definirla una missione?

Senza esagerare, sì. Quel senso di colpa iniziale si è trasformato in un obiettivo di resistenza costruttiva. Ognuno combatte con gli strumenti che la vita gli ha dato. I miei sono la matita, la parola, il paradosso, il sorriso. Li uso come posso.

Tornando al festival, sarà protagonista di due appuntamenti molto diversi tra loro. Di cosa si tratta?

Il primo, sabato 2 maggio, si chiama Tratti di una vita sprecata bene. È un monologo con disegni dal vivo e letture tratte dal mio libro autobiografico attualmente in corso di stesura, Una vita sprecata bene. Rappresenterò su una grande lavagna a rullo di carta sei momenti della mia vicenda umana, come se fossero copertine di brevi capitoli esistenziali. Si parte addirittura dagli albori, quando ero ancora una possibilità piena di entusiasmo. Poi si passa all’infanzia, al rapporto con Siena, al mondo dell’illustrazione e al ricordo del mio grande maestro di vita, Tambus. È uno spettacolo ironico, surreale, molto sincero.

Se la sente di garantire che si riderà?

Ma certo. Sono sessanta minuti esilaranti che hanno stupito perfino l’autore. Tant’è vero che il primo a voler comprare il libro sono io. Ne ho già prenotate 200 copie: proverò a rivenderle dopo lo spettacolo con dedica e disegno, se il pubblico avrà pietà.

Domenica 3 invece sarà la volta di Autolifting e l’intrascurabile rilevanza del faceto. Un titolo che incuriosisce...

È una conferenza-spettacolo sul valore del togliere invece che dell’aggiungere. Dopo una vita passata ad accumulare esperienze, oggetti, ambizioni e aspettative, intorno ai sessant’anni forse arriva il momento di liberare spazio. Dire addio al perfezionismo, ai ritmi frenetici, alla rincorsa del successo per compiacere gli altri. Non è rinuncia: è riconnessione con la propria essenza.

Sembra un modo bizzarro di riflettere sul tempo che passa

Sì, ma con leggerezza. Guardi indietro e poi avanti, e ti accorgi che probabilmente ti restano meno anni da vivere di quanti ne hai già vissuti. Davanti a te sembra esserci il tramonto. Però se il sole tramonta da una parte, dall’altra sta sorgendo. E allora il bivio è chiaro, con alcuni che scelgono la resa e altri la rinascita. Dipende dall’indole.

All’interno dell’evento ci sarà una mostra, e anche un dibattito, con protagonisti Alessandro Grazi, Fabio Mazzieri, Tommaso Andreini, Riccardo Guasco, Massimo Stecchi, Vita Di Benedetto. Tutti pittori che hanno dipinto il Palio di Siena. Ci sarà mai anche Alvalenti in questo circolo di artisti?

Ne sono talmente certo da essermi già sbilanciato con la persona a cui poi regalerò il bozzetto. Ci sono solo alcuni dettagli da mettere a posto, per esempio che il mio Drappellone dovrà essere quello di agosto. Una piccolezza, come si può facilmente intuire....

In definitiva, che invito lancia al pubblico in vista del prossimo fine settimana?

Di venire con curiosità e senza difese. Io porterò me stesso, con i miei disegni, i miei dubbi, le mie risate e la mia ostinata fiducia nell’essere umano. Se alla fine qualcuno uscirà più leggero e più vivo, avrò fatto il mio lavoro.

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